
Un percorso iniziato in Accademia, cresciuto attraverso l’esperienza sul campo e arrivato oggi a Orticolario 2026. Manuel Rosin, garden designer e fondatore di Rosin Manuel Garden Design & Outdoor Living, racconta il legame con NAD, la sua evoluzione professionale e il progetto “Oltre lo specchio”, selezionato per il concorso “Spazi Creativi” di Orticolario 2026.
Manuel, partiamo dal tuo percorso: quando hai frequentato il corso di Garden Design in NAD e cosa ti aveva portato a scegliere questa formazione?
Sono passati circa diciassette anni da quando ho frequentato il corso di Garden Design in NAD. L’anno precedente avevo avuto un grave infortunio sul lavoro e, durante la convalescenza, ho avuto tempo per riflettere su cosa avrei voluto fare una volta recuperato.
Mi sono chiesto quali limiti avrei dovuto rispettare per mantenermi in salute e, soprattutto, che direzione volevo dare davvero al mio lavoro. In quel momento ho capito che dovevo seguire le mie passioni e crescere professionalmente, passando da manutentore del verde a progettista.
All’epoca le possibilità non erano molte: bisognava rimettersi sui libri e, in qualche modo, ricominciare da zero. Cercando su internet, NAD è comparsa tra le opzioni possibili. Dopo una prima valutazione, ho deciso di iscrivermi.
Che ricordo hai dell’esperienza in Accademia? C’è un momento, un progetto o un insegnamento che, a distanza di anni, senti ancora presente nel tuo modo di lavorare?
Ho un ottimo ricordo dell’esperienza in Accademia. Mi sono trovato subito in sintonia con il corso, perché mi stava dando esattamente ciò che mi mancava.
Avevo già una buona conoscenza pratica delle piante, ma non mi ero reso conto di quanto avessi bisogno di approfondire la parte legata all’architettura e alla progettazione. Cecilia Comencini, che all’epoca era una mia insegnante, mi ha trasmesso proprio quello di cui avevo bisogno.
Ripensandoci oggi, mi viene anche da sorridere. All’inizio credo non capisse del tutto perché fossi lì: rispetto ad altri studenti avevo già molta esperienza pratica come giardiniere. Poi ha compreso che, per me, quel percorso era un passaggio fondamentale di crescita personale e professionale.
Con lei ogni tanto ci sentiamo ancora. Anzi, non le ho ancora scritto per dirle di Orticolario: devo rimediare.
Ricordo anche un altro professore, che lavorava in Australia. Purtroppo non ricordo il nome, ma è stato grazie a un suo consiglio se poi ho vissuto una bellissima esperienza all’estero. Quello, per me, è stato un vero punto di svolta.
NAD lavora da sempre su una formazione concreta, legata al progetto, alla pratica e alla costruzione di competenze professionali. Quanto è stato importante, per te, imparare un metodo e non soltanto una disciplina?
È stato fondamentale. Al di là delle conoscenze che ognuno può acquisire personalmente, senza un metodo diventa molto difficile mettere davvero in pratica ciò che si vuole fare.
Il punto forte di NAD, per me, è stato proprio questo: lavorare a 360 gradi su tutti gli aspetti della professione. Non si trattava soltanto di imparare nozioni, ma di acquisire un modo di ragionare, progettare e affrontare il lavoro.
Nel garden design il passaggio dall’idea alla realizzazione è fondamentale: bisogna immaginare, progettare, scegliere materiali, piante, volumi, percorsi, proporzioni. In che modo la formazione ti ha aiutato a sviluppare questa visione completa?
Mi ha insegnato a osservare, a studiare i particolari e a considerare tutti i fattori che incidono sulla fase di realizzazione.
La formazione mi ha aiutato a costruire uno schema mentale: capire da dove partire, come procedere e come analizzare anche ciò che potrebbe non funzionare. Perché nel lavoro reale prima o poi qualcosa va storto, e bisogna essere pronti a gestirlo.
Dopo il percorso in NAD, come si è evoluta la tua attività professionale? Quali sono stati i passaggi più importanti che ti hanno portato a costruire la tua identità come garden designer?
Come accennavo, durante il corso c’era un professore che teneva lezioni su balconi e terrazze. Mi ha spinto molto nello svolgimento dei suoi compiti ed era rimasto colpito dalle mie idee.
Mi consigliò di fare un’esperienza all’estero. Inizialmente mi aveva suggerito l’Australia, ma in quel momento non avrei potuto. Il suo consiglio, però, mi è rimasto dentro e ho deciso comunque di mettermi alla prova fuori dall’Italia.
Sono andato in Olanda, dove nel giro di un paio d’anni sono diventato chief designer per un’azienda di giardinaggio ad Haarlem. Una volta rientrato in Italia, ho ripreso l’attività in proprio. Oggi ho il mio studio, dove mi occupo sia di progettazione sia di realizzazione.
A distanza di anni, il legame con NAD è rimasto vivo. Come lo hai mantenuto e che significato ha, oggi, ritrovare l’Accademia accanto a te in un progetto così importante?
Il legame è rimasto vivo grazie al rapporto con i professori e alla gratitudine nei loro confronti.
In passato ho anche tenuto alcune lezioni in NAD, e poter condividere la mia esperienza con studenti più giovani è stato molto emozionante. Per questo ritrovare oggi l’Accademia accanto a me in un progetto come questo ha un significato speciale.
NAD è sponsor del tuo progetto per Orticolario 2026. Che effetto fa tornare idealmente “a casa”, questa volta non più come studente, ma come professionista selezionato per un contesto di rilievo?
È difficile da spiegare. Da una parte è una grande emozione, dall’altra è anche una conferma del percorso fatto.
Scherzando, dico sempre che prima o poi mi vedo anche a vincere il Chelsea Flower Show. Però, nel mio piccolo, arrivare a Orticolario con un progetto selezionato è già un traguardo importante. Ritrovare NAD in questo passaggio rende tutto ancora più significativo.
Arriviamo a “Oltre lo specchio”. Da dove nasce il concept del progetto e come hai interpretato il tema di Orticolario 2026, “Tra sogno ed illusione”?
È stato proprio il tema a darmi la spinta iniziale. Ho pensato subito ad Alice, allo Stregatto e a quel viaggio fantastico in cui realtà, sogno e illusione si mescolano continuamente.
In fondo, chi non ha mai desiderato trovarsi al posto di Alice, anche solo per un momento, ed esplorare un mondo inatteso?
Il progetto sembra costruito come un attraversamento, più che come un giardino da osservare. Che tipo di esperienza volevi far vivere al visitatore?
Sì, il giardino nasce proprio come un passaggio verso un altro mondo.
Viviamo in un tempo in cui molte persone non hanno più la possibilità, o forse il tempo, di fermarsi davvero a osservare ciò che le circonda. Con questo progetto vorrei invitare il visitatore a rallentare, a entrare in uno spazio diverso e a concedersi un momento di meraviglia.
L’idea è che, una volta attraversata la tana del Bianconiglio, la persona possa sentirsi catapultata in un luogo inaspettato. Anche solo per un secondo, vorrei che tutto il resto scomparisse e lasciasse spazio allo stupore.
L’ingresso attraverso il portale di tronchi intrecciati richiama immediatamente un passaggio verso un altrove, quasi la tana del Bianconiglio. Perché hai scelto questo riferimento e quale ruolo ha nella narrazione dello spazio?
Il riferimento è proprio la tana del Bianconiglio.
Per Alice è il punto di ingresso in un’altra dimensione, e io volevo ricreare quella stessa sensazione. Basta un passo, una soglia attraversata, e ci si ritrova in uno scenario diverso.
Dal punto di vista narrativo era un passaggio quasi obbligato: è lì che comincia il viaggio.
Nel progetto compaiono elementi molto evocativi: il sentiero, le siepi aperte, la pedana del tè, gli archi, i varchi. Come hai lavorato sull’equilibrio tra racconto, paesaggio e funzione?
La prima cosa a cui ho pensato è stata evitare un progetto puramente espositivo. Volevo creare qualcosa che, idealmente, potesse essere preso nella sua interezza e trasportato nel giardino di un cliente.
Mi sono immaginato un giardino privato capace di suscitare meraviglia. Ho lavorato sui contrasti: vuoti e pieni, leggerezza e rigidità, chiaro e scuro, morbido e duro. Non cercavo soltanto un contrasto cromatico, ma anche materico e formale.
I riferimenti ad Alice dovevano essere riconoscibili, ma senza togliere centralità al vero protagonista: il giardino. Ho scelto alcuni elementi iconici, come la strada che si attraversa e sembra scomparire, il tè del Cappellaio Matto e della Lepre Marzolina, lo Stregatto. Li ho reinterpretati in una chiave più contemporanea, mantenendone però lo spirito.
Le siepi che si aprono rappresentano una connessione tra il mondo esterno e il nostro mondo interiore. Sono due spazi distinti, ma separati da confini fragili. Spesso quei confini siamo noi stessi a tracciarli.
“Oltre lo specchio” richiama il mondo di Alice, ma lo fa con un linguaggio naturalistico e contemporaneo. Come hai evitato l’effetto scenografico fine a sé stesso, mantenendo invece una lettura progettuale del giardino?
Ho cercato di partire sempre dal giardino, non dalla decorazione.
Il rischio, quando si lavora su un immaginario così forte, è quello di costruire una scenografia. A me interessava invece creare uno spazio credibile, attraversabile, con una sua coerenza progettuale.
Gli elementi narrativi ci sono, ma sono integrati nel paesaggio: diventano parte del percorso, del rapporto tra pieni e vuoti, della scelta delle piante, dei materiali e delle proporzioni. L’obiettivo era evocare Alice senza trasformare il giardino in una semplice citazione.
La scelta dei materiali ha un ruolo importante: legno, corten, cippato, pietra naturale, tessuti vegetali. Come hai costruito il dialogo tra materiali naturali, sostenibilità e immaginario poetico?
La scelta dei materiali nasce molto dall’esperienza sul campo.
Tutto ciò che vediamo è soggetto al tempo e alla trasformazione. Per questo ho scelto materiali naturali, capaci di cambiare, invecchiare e acquisire carattere. Mi interessa l’idea che anche i materiali possano raccontare una storia nella storia.
In questo senso mi sento vicino al concetto giapponese di wabi-sabi: la bellezza dell’imperfezione, del cambiamento, delle tracce lasciate dal tempo.
Anche la componente vegetale è molto precisa: graminacee, meli da fiore, perenni, essenze dai toni sobri. Che atmosfera volevi ottenere attraverso la scelta delle piante?
Volevo ottenere un’atmosfera il più possibile naturalistica.
Sono cresciuto come progettista anche grazie all’esperienza in Olanda, e quell’influenza è stata molto importante nel mio percorso. Immagino il giardino come qualcosa che deve dialogare con la natura circostante, fondersi con essa e non apparire come un elemento estraneo.
Le graminacee, i meli da fiore e le perenni mi permettono di lavorare su movimento, leggerezza e stagionalità. Il giardino deve sembrare vivo, in trasformazione continua.
In che modo il progetto cambia mentre lo si attraversa? C’è un punto dell’installazione in cui, secondo te, il visitatore capisce davvero di essere entrato “oltre lo specchio”?
Credo che il momento decisivo sia proprio l’attraversamento del portale.
La location di Orticolario è già di per sé straordinaria, quasi fiabesca. Le installazioni si inseriscono in un grande prato verde, e questo offre una possibilità molto forte: sorprendere il visitatore attraverso un cambio improvviso di atmosfera.
Mi piace pensare che, appena varcata la soglia, la persona percepisca di essere entrata in un luogo diverso. Un piccolo mondo dentro il mondo.
Il giardino, nel tuo progetto, sembra diventare uno spazio mentale prima ancora che fisico. Per te il garden design è anche un modo per raccontare emozioni, memorie e immaginari?
Assolutamente sì. Un giardino deve suscitare emozioni.
Un fiore che sboccia, la rugiada che per un istante riflette la luce del sole, una farfalla che si posa: sono piccoli eventi, ma costruiscono una danza continua.
Per me il giardino non è mai uno spazio statico. È qualcosa che cambia, che accompagna, che sorprende. Se non suscita emozioni, perde una parte importante del suo senso.
Cosa significa per te partecipare a Orticolario con un progetto così personale e immersivo?
È un onore.
Quando ho ricevuto la comunicazione della selezione, ho dovuto leggerla due volte. Non riuscivo quasi a crederci. Partecipare a Orticolario con un progetto così personale è una grande soddisfazione e, allo stesso tempo, una grande responsabilità.
Guardando al tuo percorso, dal corso in NAD fino a questo progetto, quale consiglio daresti a chi oggi vorrebbe formarsi nel garden design e trasformare una passione in una professione concreta?
Direi di non aspettarsi un percorso semplice. Ci saranno difficoltà, delusioni, muri da superare. Però, se ci si crede davvero, bisogna andare avanti.
Bisogna sporcarsi le mani, sbagliare, cadere, imparare e rialzarsi. Le soddisfazioni arrivano, ma servono convinzione, curiosità e disponibilità a mettersi continuamente in discussione.
Consiglierei anche di fare esperienze all’estero, o comunque fuori dalla propria zona di comfort. Confrontarsi con realtà diverse aiuta tantissimo. Bisogna ascoltare i consigli, farli propri quando sono utili, ma senza fermarsi al primo traguardo. Ogni risultato è solo una tappa di un percorso più lungo.
C’è una frase, un’immagine o una sensazione con cui vorresti che il pubblico uscisse da “Oltre lo specchio”?
Consapevolezza.
Vorrei che il pubblico uscisse con la consapevolezza che il giardino non è soltanto prato, siepe e piante. È emozione, natura, gioia. È uno spazio capace di parlare a chi lo attraversa.
Dopo Orticolario, cosa ti piacerebbe portare avanti nella tua ricerca professionale?
Intanto farmi trovare pronto per vincere il Chelsea Flower Show, come dicevo prima.
Scherzi a parte, mi piacerebbe sviluppare un database dedicato ai fattori di crescita delle erbacee perenni e delle graminacee in relazione alla zona di impianto. Ho già anche il titolo, ma per ora resta segreto. Non vorrei che qualcuno mi rubasse l’idea prima di diventare famoso.



